Gianmarco Caselli: Lungo la scia di un’elica

 

Lungo la scia di un’elica: il titolo del cd che contiene le musiche originali composte da Giammarco Caselli per la mostra promossa da Provincia di Lucca e Fondazione Cresci per la storia dell’emigrazione italiana allestita a Palazzo Ducale (Lucca).
Un concept album che parte dalla storia dei migranti, ma che brilla di luce propria attraverso suoni catturati dalla realtà, suoni di sintesi diretta e armonie in continua sperimentazione in un connubio assai riuscito di pianoforte e elettronica.

Gianmarco Caselli
Lungo la scia di un’elica

La funzione della musica che racconta un evento, un’installazione. Da dove si parte?
Ogni evento ha una storia a sé. In questo caso, quando mi è stato proposto di scrivere la musica per una mostra sui migranti italiani, la cosa mi ha toccato particolarmente essendo stata la mia famiglia, da parte di madre, migrante. Mia nonna è nata proprio nel Bronx a New York. Per questa installazione sono partito dalla scelta degli strumenti: il pianoforte e l’elettronica per delineare due mondi diversi, come quelli dei migranti, che realmente si fondono in “Paradisi perduti”, brano in cui il passato si insinua nel presente e viceversa. Ho impiegato molto tempo a cercare e catturare quei suoni significativi della natura che i migranti, lontano dal loro paese, probabilmente non sentiranno più.

Come definirebbe il suo tipo di fare musica?

Comunicativo. In secondo luogo direi minimalista, anche quando non sembra che lo sia. Mi piace spaziare da atmosfere più “ambientali”, dilatate, spaziali, ad altre che portano in sé il retaggio dell’avanguardia con i dovuti “aggiornamenti”. Avendo fatto gli studi di elettronica al conservatorio, sono partito proprio da questo strumento e dal pianoforte che studiavo precedentemente: adesso sto muovendomi verso l’accostamento dell’elettronica con altri strumenti come nel caso di “Traumgesicht”, brano scritto per il duo Cellobassmetal in cui l’elettronica si sposa con violoncello e contrabbasso. Fondamentale è l’esperienza del Duo Symbiosis in cui, con Massimo Signorini, l’elettronica e la fisarmonica creano atmosfere uniche. Spesso poi realizzo video altamente psichedelici per alcuni miei pezzi: sono video in cui emergono con prepotenza le forze irrazionali che vivono dentro di noi.

La musica contemporanea oggi. Cosa ne pensa del panorama dei
musicisti contemporanei italiani?

Purtroppo siamo in un paese fortemente gerontocratico e anche per i giovani più originali è difficile imporsi sulla scena. La situazione in cui versa l’Italia culturalmente da una ventina d’anni è uno schifo sotto tutti i punti di vista. C’è stata una regressione, ritengo studiata e voluta a tavolino, che porta troppe persone a evitare ciò che arricchisce lo spirito e la mente. Tuttavia, per fortuna, alcuni di noi stanno cercando di uscire allo scoperto.

La qualità imprescindibile per un compositore.

Per gli altri non lo so. Per quanto mi riguarda è una questione etica: la musica che scrivo è “io”, ha a che fare con i miei demoni, siano essi positivi o negativi. Scrivere un pezzo, per me, è un momento di accrescimento della conoscenza del “sé”; si tratta di un procedimento spirituale mediante il quale cerco di entrare in comunicazione con dimensioni non puramente terrestri, evocando forze che sono dentro e intorno a noi e che in parte credo siano ancora nelle facoltà di molti animali. Utilizzare suoni che catturo dalla natura è un segno di questo procedimento: i suoni di un bosco, di un ruscello, fanno parte della nostra essenza; musica e suono non sono esclusivamente quelli prodotti da uno strumento tradizionale.

Ha mai pensato di scrivere per il cinema? Che cosa le piacerebbe raccontare sul grande schermo?

Certo. Per me è quasi fondamentale associare la musica ad altre arti. Il cinema sarebbe certamente una grande soddisfazione: mi piacerebbe scrivere musica un po’ per tutti i generi di film, dagli horror a quelli più onirici, da quelli metropolitani-underground e sperimentali a quelli mistico-religiosi passando pure per la fantascienza, rimanendo tuttavia in una dimensione di ricerca musicale senza scadere nella banalità.

Teresa Conforti


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